Tra i tanti comuni della provincia reggina chiamati al
voto il 6 e 7 giugno prossimo, c’è anche Platì nessun quotidiano, nei vari
reportage sul prossimo voto amministrativo, cita quella comunità
pre-aspromontana.
Quasi non esistesse. Nonostante periodicamente Platì sia posta all’attenzione
dei mass media locali e nazionali. Troppo spesso per fatti estremamente
negativi che offendono oltremodo ed in maniera ingiustamente generalizzante
quella comunità dell’entroterra reggino. Spesso per simboliche e sterili
iniziative propagandistiche.
Quasi mai per evidenziare gli sforzi e la generosità dei platiesi capaci di
immensi atti di amore, di sacrificio e di solidarietà. A riguardo, è
sufficiente
ricordare l’estremo sacrificio di un giovane pastore morto assiderato su un
masso in montagna mentre tentava di salvare dalle intemperie gli animali al
pascolo, unica fonte di ricchezza e di sostentamento per la sua famiglia. O
ancora l’amorevole donazione di organi di un giovane, vittima di una tragica
fatalità la notte di capodanno di alcuni anni orsono, che ha restituito ad
altre
persone la gioia e la speranza di vita ad egli sottratte.
Per non parlare della maggioranza dei platiesi sparsi in ogni dove del mondo
che nel quotidiano silenzio hanno lasciato e lasciano traccia delle proprie
capacità e laboriosità nel campo delle istituzioni politiche, culturali, della
medicina, delle nuove tecnologie, dei saperi e delle professioni.
Purtroppo tutto ciò non fa audience. Interessano piuttosto le tristi e
dolorose pagine di vita criminale platiese raccontate con toni epici come se
si
trattasse di una moderna Iliade o Odissea.
Nei mesi scorsi, ancora una volta, i riflettori si sono riaccesi su Platì nel
momento in cui ha raggiunto un altro triste primato: quello di paese più
povero d’Italia. Ma – come spesso accade quando si tratta di questa piccola
comunità, spia di una Calabria sempre più avvitata su se stessa e sempre più
abbandonata alla sua deriva ed alle minacciose burrasche che promette il
progetto federalista di stampo leghista – piuttosto che affrontare analisi
rigorose, serie ed approfondite, la notizia è servita, ancora una volta, per
evidenziare il lato negativo, oscuro di questo paese. Ed ecco l’arguto Guido
Ruotolo che dalle colonne del quotidiano piemontese “La Stampa” ricorda agli
italiani che quella è una falsa povertà perché vi è il dato dell’economia
sommersa, illegale che non potendo essere dichiarato sfugge alle statistiche
ufficiali. Come se ciò, ove fosse vero, non denotasse, comunque, una desolante
ed amara povertà sociale, culturale e civile per il paese di Platì. La lettura
superficiale e criminalizzante di un dato così allarmante non ci può e non ci
deve soddisfare. Non può essere uno strumento per rincuorare e rassicurare le
coscienze non certo
immacolate di uno Stato che da quelle parti si è presentato nel 1861
sventolando per il paese la testa mozzata del brigante Ferdinando Mittiga e
nel 2003 con la bufera giudiziaria “Marine” che tanto smarrimento ha provocato
ad una comunità
già smarrita di per sé. Non si può accettare passivamente che la nostra
civiltà, già fortemente insidiata e violentata da fenomeni delittuosi,venga
abbandonata verso una deriva barbarica.
Al punto che, mentre in America il neo presidente Obama dichiara di volere
chiudere il “carcere delle torture” di Guantanamo, un commissario leghista
dell’antimafia parlamentare propugna la realizzazione di una Guantanamo per i
detenuti meridionali.
Occorre mantenere i riflettori accesi su Platì.
Non soltanto in occasione dell’inaugurazione dell’anno scolastico (iniziativa
per certo lodevole) voluto dall’assessore regionale Domenico Cersosimo o delle
passeggiate dei candidati a governatori della Calabria.
Non basta illuminare, occorre stimolare.
Come dianzi ricordato, nel giugno del 2009 – a duecento anni esatti
dall’istituzione, da parte dei Francesi, in detta località di un comune
autonomo – i platiesi dovranno essere chiamati alle urne per eleggere una loro
amministrazione dopo il periodo di commissariamento dovuto allo scioglimento
disposto dall’allora ministro Amato.
Ed una amministrazione avrà un senso per Platì se dietro ad essa ci sarà una
reale partecipazione popolare. Non soltanto, quindi, la legittimità formale
del dato elettorale. La storia insegna che Platì, nel recente passato, ha
vissuto due momenti di grande fermento politico e sociale. Il primo nel 1946,
allorquando, attorno alle figure del Massaru Peppi, il maresciallo Delfino, e
del giovane Ciccillo Prestia (vittima negli anni ‘80 di una follia omicida e
non certo per fatti amministrativi), si coagulò un movimento di sincera e
genuina partecipazione popolare sotto le insegne della famosa “Spiga”. Il
secondo, dal 1960 al 1978, sempre sotto le insegne della “Spiga”, che portò
una larga parte della comunità platiese a partecipare attivamente alla vita
politica del paese sotto la guida di un giovane sindacalista della Camera del
lavoro, Francesco Catanzariti
E la gente era rinfrancata anche dallo spirito che animava le istituzioni
locali, agire per perseguire, appunto, il bene comune. Da qui la presenza di
partiti politici, di sindacati insomma di luoghi e sedi in cui si dibatteva,
anche animatamente, e che costituivano il sale della partecipazione collettiva
che svolgeva, appunto, la funzione di stimolo, controllo e, soprattutto,
sostegno. Oggi tutto questo non esiste. Oggi che la politica ha perso il suo
primato nella società, oggi che i partiti non sono che simulacri di
democrazia, oggi che le istituzioni vengono avvertite come luoghi da occupare
e piegare per gli interessi particolari, come possiamo agire per favorire e
stimolare la partecipazione della gente, unico vero e democratico antidoto
alla occupazione dannosa delle istituzioni? Riaccendendo la speranza e la
fiducia nei platiesi. Dimostrando che l’intera comunità nazionale, regionale e
provinciale non si limita a constatare ed ironizzare sul triste primato della
povertà. Occorre stipulare un “Patto per Platì”. Con impegni chiari, concreti
e precisi.
Dando una prospettiva reale e veritiera di crescita socio-economica ai tanti
giovani del posto (nel 2007 oltre il 49% della popolazione era ricompresa tra
0 e 29 anni). Un Patto che coinvolga il Governo nelle sue articolazioni, la
Regione, la Provincia, le associazioni dei comuni, le associazioni produttive
e di categoria (Confindustria, Confesercenti, sindacati), la Chiesa, le
associazioni culturali, politiche ed “uomini di buona volontà”,. “Un Patto”
che dia concreti segnali per il cambiamento; che stimoli la creazione di
comitati di platiesi da ascoltare ed aiutare nella amministrazione quotidiana.
Basterebbero segni concreti e minimi. Ad esempio (ma la lista potrebbe essere
lunga anche se non dispendiosa)nell’attesa della realizzazione della
Bagnara-Bovalino, si potrebbe rendere normalmente percorribile la dissestata
strada che dalla SS106 conduce all’abitato di Platì, oggi ridotta ad un vero e
proprio scempio. Immaginare e realizzare centri di aggregazione giovanile,
sportiva e non.
Assistenza specifica e predisposizione di progetti di reinserimento di
soggetti che si trovano in stato di detenzione e/o sottoposti a misure di
prevenzione oltre a mirati progetti di sostegno alle loro famiglie. Adeguato
sostegno ed assistenza ai ragazzi ed alle loro famiglie nelle ore pomeridiane
piuttosto che suggerire di sottrarre i bambini alla potestà genitoriale o alle
famiglie di origine come qualcuno in maniera superficiale propugna,
dimenticando che sradicamenti così violenti non farebbero altro che aumentare
il senso di conflittualità con lo Stato. Insomma, non si può lasciare Platì
alla deriva. Non faremmo altro che aumentare le pagine della negatività.
Senza impegni precisi, qualunque amministrazione che verrà potrà gestire
degrado, degrado e niente più, sbattuta ineluttabilmente tra la
criminalizzazione ingiusta e la devianza oltraggiosa.
(pubblicata su settimanale La Riviera del 4 gennaio 2009,
www.larivieraonline.com)